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Predella - Schermo, 1962, china e cera su legno, cm 24x24
 
piero lerda
 
Senza titolo, 1978

 

UN PENSIERO PER PIERO LERDA
Giugno 2012

Lo avevo conosciuto, Piero Lerda, in casa di amici comuni alcuni anni fa: simpatico con quel suo sorriso aperto e quel suo fare un po’ sul serio e un po’ sull’ ironico. Ma mai una parola sull’arte.
Lo ritrovo oggi, dopo la sua scomparsa, in una galleria d’arte dove i suoi quadri mi parlano per lui: ne intuisco la personalità ben diversa di quanto non volesse apparire e insieme la ricchezza interiore, la sensibilità inquieta, la cultura profonda, la discrezione.
Ho guardato poi le sue opere con un occhio più attento e consapevole: mi interessa quella logica compositiva dietro l’apparente casualità, mi interessa quella intrinseca dinamicità per la fitta tessitura cromatica, mi interessa quella insistenza sistematica su certi temi, indagati fino alla saturazione.

All’interno di questa gran varietà di spunti, di forme, di colori e di materie, mi sembra di poter leggere il suo diario privato. I dipinti sono brani della sua storia personale, recuperano frammenti di memorie lontane fino all’infanzia che, sedimentate nel profondo, riemergono qua e là come immagini rubate attraverso un buco della serratura (‘segno’ questo che Piero inserisce quasi sempre nei quadri) e si ricompongono sulla tela organizzandosi in una trama complicata. E così si intravedono le sagome degli elementi delle giostrine che arrivavano in paese, le impronte dell’arcolaio della mamma e dei vecchi merletti di famiglia, gli schermi televisivi che riducono l’uomo a piccola cosa, e poi ancora i modelli originali della sartoria delle zie cuciti l’uno sull’altro o le tracce scritte di pensieri e ricordi: tutti, questi, momenti della sua vita.

La scelta dei temi è simbolica: gli “schermi” come ombre in grado di sottrarci la visione corretta della realtà, le “città giostre” espressione di un quotidiano vorticoso in cui si è persa la consapevolezza dell’identità individuale, o gli “aquiloni” allusione al desiderio di un volo liberatorio, al desiderio del superamento del limite. E nel gesto stesso del cucire personalmente con punti ad ago o del ritagliare piccole sagome di giocattoli o del costruire o disegnare aquiloni, Piero sembra voler recuperare l’antica tradizione dell’ artigiano, paziente lenta consapevole.

 

Più lo conosco, più Piero Lerda mi si rivela come una figura assai complessa e sotto un certo aspetto anche contraddittoria: schivo al punto di rinunciare per scelta ad ogni mostra pubblica, lavora tuttavia con uno slancio incessante, direi quasi ansioso, avido di raggiungere risultati che immediatamente già vuole superare, e così va sempre oltre, mai stanco di indagare, di ricercare, di sperimentare. La sua produzione è vastissima, ma la meta per lui non è esporre i dipinti e venderli, la meta per lui è la sua ricerca interiore, è il percorso spirituale che l’artista deve compiere “…non per esporsi… ma per qualcosa di più alto, di più ineffabile, di più aristocratico, nel senso antico della parola…” . Si applica con lo stesso impegno anche allo studio delle possibilità espressive della materia, e così graffia, strappa, spruzza, incolla, rammenda…. mai sazio nella sua ricerca.

E le riflessioni, le perplessità, le fantasie personali, i pensieri sull’arte e sull’uso di tecniche diverse, tutto viene annotato su qualsiasi pezzo di carta gli venga sotto mano, e non solo. Anche citazioni di poeti o di filosofi, o indicazioni ad un ipotetico lettore su come leggere i suoi stessi dipinti: è difficile mettere ordine tra queste carte numerose, non datate, qua e là strapazzate, cancellate e riscritte. Sono le idee così come gli sorgono, che lui pensa meritino di essere sviluppate. Sono gli appunti dello studioso che domina e discrimina tra i richiami letterari e sociali, per fare “…un tuffo senza esitazioni sulla carta bianca che incomincia a riempirsi di segni, di scansioni, di ritmi e di colori…”. Nascono così i suoi quadri: un addensamento di forme, di geometrie, di simboli, di figure, di ‘segni’ (il buco della serratura, il triangolo, il ponte di Cuneo, i giocattoli…) spesso di intenso spessore cromatico, che si ripetono ammassandosi l’uno sull’altro lungo i bordi dei dipinti, dando il via ad un vortice che tutto confonde e tutto risucchia verso un vuoto centrale. Qui è la massima luce, è la dimensione metafisica.

La metafora è chiara: è la rappresentazione della vita stessa. La vita è affannarsi, scalpitare, sgomitare disperatamente, nell’ansia di emergere o anche solo di sopravvivere in una realtà che ha smarrito ogni valore e ogni ideale: ma poi, tutto confluisce all’interno di un’ indistinta energia totale dove ogni smania si annulla definitivamente.
Sarà questo il motivo per cui Piero ha deliberatamente deciso, ad un certo punto del suo percorso artistico, di non esporre più le sue opere in pubblico?

Paola Malato


 
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