piero   lerda   artista
  home biografia presentazione opere musei recensioni pensiero contatti     mostre 1962-2017 English version  
 
 
Angelo che trasforma dei rottami di una discarica in una giostra meccanica, 1977-2000
 
Dalla serie "L'arte delle nuove caverne", Triangolo blu e cerchio rosso, 1995, tecnica mista su carta, cm 34x24
 
Interno rosso, 1962, china e cera su carta, cm 48x35

«Come avvenga che mano, cervello e cuore trovino, quando il quadro riesce, il giusto equilibrio che prelude alla nascita della rappresentazione cercata, è un grosso mistero, né mi pare sia indispensabile cercarne le ragioni più segrete senza che il fascino di questo gesto creativo stesso ne venga sminuito, così come il lavorare di sera, alla luce artificiale in condizioni non certo ideali, può anche risultare un elemento positivo ai fini del risultato perché costringe all'immediatezza, al continuo controllo mentale, al segno definitivo».

«Poi ci sono gli aquiloni mobili e sculture metalliche smaltate e sospese sopra di noi. Lo spazio d'angolo di una stanza è generalmente mortificato. L'aquilone come scultura mobile lanciato nel vuoto su un'asta flessibile trova la sua collocazione migliore proprio in questo spazio trascurato della stanza. Inoltre liberato immediatamente sotto il soffitto apre un dialogo con quest'ultimo (...) cui si può pensare di affidare un messaggio pittorico nuovo».

«Perché un quadro deve necessariamente recare agli altri un nostro messaggio. Quante volte il messaggio l'ho ricevuto io stesso dopo l'ultimo colpo di spatola, senza che me l'aspettassi? Quante volte il quadro viene fuori all'insaputa di tutti con una sua carica fortissima di emozioni che distribuisce a chi lo guarda? Eppure io seguo un filo conduttore preciso. Ho voglia di indagare un tipo di mondo ben preciso nei suoi contenuti e nelle sue forme. Non dovrei avere quindi sorprese. L'ho cercato questo universo, per tutta la mia vita, consciamente o inconsciamente. E quando finalmente mi si è rivelato, mi ha ceduto i fili del suo gomitolo perché potessi lentamente risalire fino al suo lontano punto dipartenza (o di arrivo?), ho creduto di averne in mano la chiave. E invece no. Perché ogni superfìcie che cerco di far vibrare con colori e forme mi riserva delle sorprese. E le città giostra diventano bastioni e mi rovesciano addosso tutta la favolistica imparata a scuola. Forse perché ho amato Fedro e La Fontaine e Perrault e Dudeneu e Collodi e Walt Disney? Già, perché un Pinocchio non me lo sognavo di metterlo lì, a colloquio col grillo parlante».

 

«L'arte è un allenamento giornaliero alla libertà».

«Sono stato perseguitato per anni da un problema tecnico che mi sembrava insuperabile e ora mi sembra di averlo risolto. Ogniqualvolta ho affrontato una superficie da dipingere mi sono sempre trovato di fronte ad un diaframma insuperabile: la tentazione di partire in lancia, gestualmente, adottando alla lettera la lezione dell'operazione inconscia e totalmente automatica: il gesto fine a se stesso, magari iterato, ripetuto con ossessione fino alla consumazione della superficie da coprire e fino all'illusione liberatoria inferiore.
Poi, di fronte al risultato, la sensazione che si prova dopo l'atto d'amore gratuito, un sentimento di vacuità, un senso di colpa, di inutilità.
L'esprit de geometrie che sale a galla e che ti chiede conto della razionalità dell'operazione e della partecipazione lucida dell'intelletto. Ho provato, è inutile dirlo, l'operazione inversa, partendo da dati logici e prevedibili dove la costruzione non lasciava al caso nulla o quasi nulla. Anche in questo caso sono stato inevitabilmente preda di un sentimento d'angoscia e di rigetto, come se l'altra mia natura alleata all'inconscio per le circostanze mi volesse rovesciare addosso tutta la riprovazione per un fallimento inequivocabile.
Poi gli dei devono avere avuto pietà di questo infelice e l'hanno illuminato attraverso le misteriose vie della conoscenza»
.

«Far cose d'arte è a mio giudizio un modo di conoscere questo granello di universo in cui ci è toccato di vivere.
E di conoscerlo nella sua parte più affascinante, quella che nasconde emozioni grandissime a giustificazione, forse, di un destino che non abbiamo scelto noi.
E di compiere queste operazioni nella più assoluta libertà, già di per se stessa, premio altissimo per l'artista.
Far cose d'arte è quindi vivere, cioè agire in totale libertà di intelligenza e sensibilità, è operare attorno a un'immagine di bellezza da rinnovare continuamente, con un occhio al futuro e l'altro alla tradizione in cui siamo stati forgiati...».


 
PIERO LERDA       Caraglio 1927 - Torino 2007       info@pierolerda.it Sito realizzato e gestito da NT Planet PI 08043440018