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piero lerda
 
1° Ottobre2009 / 17 Ottobre 2009

Piero Lerda: I teatri della mente
Opere dal 1954 al 1982

A cura di Willy Darko
testi critici di Giovanni Cordero e Ivana Mulatero

 

 
 

 
martinArte di Paola Barbarossa
C.so Siracusa 24a – Torino (To)
Tel. 011 35 24 27 - Fax 011 30 91 323
paolabarbarossa@libero.it

 
piero lerda --

Il titolo “Pagine di diario” non è altro che il riportare, da storico dell’arte, quanto Lerda ha conservato in un appunto in cui pianifica la sua (unica) personale che viene realizzata nel maggio 1962 alla Galleria L’Immagine con quattordici opere esposte (tutti disegni tranne un olio su tela) e una cartella di diciotto disegni. In questo foglietto egli elenca i titoli delle opere che pensa di esporre e li fa precedere dal titolo “Pagine di diario”. Per cui si deduce che la personale era da lui concepita non come verifica di una produzione dell’ultimo anno, ma un primo compendio di quasi dieci anni di attività, intrapresa dopo gli anni di formazione a Caraglio presso Alicandri e dopo il soggiorno a Nizza.

L’elenco delle opere, confrontato con quanto riportato sul cartoncino stampato per  accompagnare la mostra e completato dal testo critico di Guasco, presenta alcune conferme e nell’operazione di scavo compiuta da chi scrive per realizzare il primo testo monografico sull’artista, alcuni di quei disegni della personale sono stati ritrovati e documentati nella retrospettiva “Piero Lerda. Dal caos al gioco. Opere dal 1948 al 2007” (presentata al Filatoio di Caraglio nella primavera 2009, a cura di I. Mulatero), come le opere  “Pagina di diario” (1958), “Uomini in trappola” (1961) “Interno Flash” (1961) “Grande specchio” (1962).

La critica è attenta alla personale e non manca di riportare quanto indicato nella presentazione da Guasco, che poi il critico elabora a partire da una autopresentazione dell’artista redatta presumibilmente per fornire qualche elemento in più al pubblico in visita alla mostra.

Lerda pittore si conferma anche lucido teorico di se stesso, che analizza il farsi della sua ricerca. C’è un passaggio, nell’autopresentazione, non riportato da Guasco che è importante riprendere: “L’uomo coinvolto in questo mondo subisce le regole del gioco in atto rimanendone intrappolato e affascinato al tempo stesso. Queste aperture luminose rappresentano per lui qualcosa di più di un fatto meccanico; sono in una certa misura dei paesaggi-miti dietro i quali c’è  una nuova terra promessa di felicità, di fama, di ricchezza facile e immediata. Penso non sia difficile affermare che questo aspetto della condotta dell’uomo contemporaneo costituisce un problema sociale tra i più caratteristici della nostra epoca e tra i più paradossali. Infatti quasi sempre questo tipo di avventura si conclude in modo tragico alla stregua della farfalla che si brucia le ali affascinata dalla candela o dalla lampada incandescente. Tentando di rappresentare graficamente e pittoricamente queste realtà in forma di un Diario quasi quotidiano, le pagine o le tele lasciano avvertire di volta in volta un senso di denuncia o una pura testimonianza, una partecipazione o un rifiuto. E’ il mio modo di essere socialmente impegnato nel mio tempo”.

Le “Pagine di diario” richiamano i pensieri di Camus: “Dicevo che il mondo è assurdo e andavo troppo veloce; il mondo di per se non è ragionevole, è tutto ciò che se ne può dire. Ma ciò che è assurdo è il confronto tra questo irrazionale con l’intenso desiderio di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo”, e di Sartre: “L’uomo non è che una situazione, ma affinché questa situazione sia un uomo, tutto un uomo, bisogna che sia vissuta e oltrepassata  verso un obiettivo specifico”, e cioè  Lerda colleziona tutta una serie di citazioni di pensieri di Pascal, Descartes, Montaigne, Gide, Mallarmè, Baudelaire, Bataille, Nietzsche e di quest’ultimo il basilare: “Ognuno deve organizzare il caos che trova in sé”.

Scorrono secoli e secoli di filosofia europea nell’elaborazione mentale della pittura di Lerda innestati  al pulsare frenetico di una società  massificata che accentua la disgregazione di una visione dell’uomo ormai privo di una centralità, svaporato in un intrico assurdo di frammenti segnici, lacerato in una irriconoscibile condizione di un umanesimo allo sbando, ben espressa dalla scrittura di Kafka, dal teatro di Beckett e Ionesco e dalla cinematografia americana che documentava la vita spersonalizzante delle grandi città americane.

L’USIS non proiettava quei film, esulavano dalla finalità di espandere una pacificata ed attraente immagine dell’America, ma pensiamo a “Un bacio una pistola “ (1955) di Robert Aldrich o “Uno, due tre!” (1961) di Billy Wilder che trasgredivano il progetto politico del piano Marshall. In quei film le luci abbacinanti dei fari delle automobili, i bianchi e i neri taglienti e infine la figura dell’uomo, semplice meccanismo di un ingranaggio, non paiono dissimili dai filiformi e aggrovigliati esseri che troviamo in “Interno Flash” (1961) e “Personaggio schermo” (1961) di Lerda.

 

Di quelle opere si legge dalla sua autopresentazione: “Gli schermi e gli interni-flash ricorrenti nei titoli sono i protagonisti del mondo rappresentato e si rapportano ad una realtà riscontrabile nel mondo esterno: cinema, televisione, fotoreportages, anche interni di studios cinematografici e televisivi, un’atmosfera quasi allucinante e artificiale dominata dai lampi dei flashes, dalle luci fredde al neon, dei silenzi e delle attese misurate al secondo…”.

La critica, che non ha mancato di rendere conto sui giornali dell’avvenimento, è però tiepida, anche se gentile. Parla della mostra, ma ripetendo le parole di Guasco, come Scroppo su L’Unità del 3 maggio 1962, oppure sottolineando, come Angelo Dragone (Stampa Sera del 3 maggio 1962) la scoperta vicinanza con una letteratura di cui la pittura è quasi in funzione illustrativa. Chi invece non ripete, è il critico torinese per eccellenza, Luigi Carluccio, che pone la personale su un piano di confronto con le altre mostre del momento e scrive: “Un solo dipinto ad olio e quattordici disegni (…) ci fanno conoscere per la prima volta con una mostra personale Pietro Lerda. Si entra nel medesimo cerchio dell’interpretazione esistenziale dei problemi implicati nella presenza stessa dell'uomo in mezzo al creato esteso ormai su dimensioni interplanetarie, che caratterizza altre esposizioni attualmente aperte a Torino: Guerreschi alla Bussola, Crippa alla Narciso, Merz alla Gallerie di Notizie. Tra tante interpretazioni, questa, di Lerda, é la più delicata direi soffiata e fragile, sia sul piano strumentale che sul piano concettuale, giacchè mi pare che rifletta su misura a piccolo raggio una riduzione letteraria dei termini di tale problema più che la testimonianza diretta e viva di un mondo vivo, nelle sue infinite, dunque, probabilità di essere e manifestarsi”. (Gazzetta del Popolo, 4 maggio 1962) .

La personale, a conti fatti, è stata soprattutto una mostra difficile, lontana dagli schemi di un’esposizione, anche per il fatto che fosse quasi interamente costituita da disegni e con un solo olio su tela.

Insomma, le opere ritenute importanti, quelle che di norma sono i dipinti su tela, qui  non figuravano, la preponderanza andava alla produzione grafica. L’identità di questa personale non poteva dunque essere confrontata su uno stesso ordine di problemi con altre esposizioni, già per l’implicita scelta, che poi sarà una vocazione contenuta negli esordi e confermata in seguito, di una dimensione diaristica, entro la quale Lerda concepiva l’atto artistico. Se egli privilegiava dar conto su fogli di carta i pensieri su una umanità in “trappola” era perché meglio si confaceva la visione della fragilità dell’esistenza. Egli come pittore rifuggiva da note altisonanti, da opere che fossero le pietre miliari di un percorso di ricerca. Il suo spirito arguto  conosceva troppo bene le insidie di un ragionare per verità assiomatiche. Non cercava il capolavoro, perché non era quello a cui era interessato. E se la pittura, l’arte, s’identificava in un risultato che doveva essere perentorio, deciso e concluso, e la critica consacrarlo, tanto valeva scegliere altre strade per Lerda su cui potesse liberamente continuare a esercitare una ricerca dell’intuizione immediata, della libertà di sconfinare su contraddizioni irrisolvibili. Del resto cercare il capolavoro era come scolpire le parole incontrovertibili, irrigidire la verità, avere un’idea fissa “…fondamento della dittatura”.

Critico fermissimo, linguista e sociologico del linguaggio, egli ha amato e usato la parola come strumento di mediazione di contenuti artistici e come occasione di comunicazione fin dalle prime conferenze albesi del 1950, le letture e le introduzioni a Nizza e poi gli interventi redazionali per i programmi televisivi e radiofonici, fino al ruolo di responsabile culturale all’USIS. Era consapevole di quanto scriveva Jorge Luis Borges: “Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia in uno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie”. Non era così per Lerda, che considerava il lavoro d’artista come l’equivalente di un lavorio sulla genesi infinita di un’opera che è aperta a continue sollecitazioni ed evoluzioni, come ebbe a dire Umberto Eco nel suo famoso volume “Opera Aperta” (1962). Del Lerda acuto vivisezionatore del linguaggio e abile “scovatore” delle presunte tautologie nascoste tra le pieghe, c’è un illuminante articolo da lui scritto per “L’Informazione industriale”, quindicinale dell’Unione Industriale di Torino, del 30 maggio 1971 in cui la sua indagine non risparmia nessuno, passando al vaglio sia i moduli linguistici fumosi della critica d’arte sia i resoconti parlamentari, smascherando il linguaggio dei politici, dei giornalisti e dei sociologici.

Ivana Mulatero


 
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